Pani e pesci

In altro articolo abbiamo scomodato Carneade da Cirene, un filosofo dell’antica Grecia che apparteneva alla corrente degli Scettici, e ora questo titolo con tono vagamente evangelico che può sembrare azzardato: in realtà, leggendo quanto segue, capirete quanto sia appropriato.

Abbiamo già detto quanto Libbiano, come ogni altra piccola comunità, abbia sempre cercato una propria autonomia, non tanto per amor di bandiera ma piuttosto per le necessità quotidiane con non potevano certo attendere. Fra queste necessità c’era quella di cibarsi, anche per avere la forza necessaria nell’affrontare quegli impegni che, citandone solo alcuni, andavano dal lavoro nei boschi ai lavori agricoli, dalle pesanti faccende di casa ai bucati omerici…

Ecco dunque la necessità di fare il pane per un’intera settimana, quando non fosse stato per la quindicina a seguire. Per ricordare questi momenti iniziamo con le memorie di Vanna Berni.

vicolo verso Sottollorti
Vicolo verso Sottollorti - Ph. Christiaan Twechuizen

Il forno di zia Eva

«L’ingresso della mia casa in quegli anni, dava su uno stradello che congiungeva Via del Castello con Sottollorti. Proprio davanti la mia casa c’era, di fianco alla grande pergola di uva fragola, uno spiazzo piuttosto ampio dove era posto un grande forno a legna di proprietà di zia Eva (sorella di nonno Samuele conosciuto come zi’ Melle, ndr) che lei metteva volentieri a disposizione quando c’era la necessità di fare pane o dolci.

In quel forno infatti veniva cotto il pane che la mia mamma Marina e zia Rosa facevano per la nostra famiglia: ne ricordo ancora il profumo.

In cucina c’era una grossa madia dove venivano tenuti la farina e il lievito per l’impasto. Il pane noi lo mangiavamo praticamente tutta la settimana ed era buonissimo anche a distanza di giorni. Noi bambine stavamo lì ad aspettare che fosse sfornato e quando uscivano quei bei panetti fragranti e dorati, pregavamo perché mamma ce ne desse un pezzetto, un “cantuccio” bello caldo da sgranocchiare.»

Luciana Libri aggiungere qualcosa a questi ricordi:

«A proposito del pane, mi viene in mente quando mamma Tardina insieme a zia Ginevra (mamma di Elsa, ndr) facevano il pane per la cooperativa che era in piazza ed era gestita dalla Miranda e prima di lei dalla Fernanda Berni; lo cuocevano nel forno vicino all’ambulatorio e alla scuola.

Ricordo che tante donne a fine cottura del pane, cuocevano di tutto con grossi tegami di terracotta maculati: mamma faceva anche la zucca trippata… che faccio ancora (slurp)!

Il racconto di Vanna mi hai fatto tornare in mente i dolcetti nel guscio d’uovo che venivano fatti quando il pane era cotto: com’erano buoni!!!

Mi ha detto Ilda che nonno Arturo (Arturo Cerri, il cavallaio, ndr) il pane lo cuoceva nel forno in Piazzetta, accanto alla casa della Libera

pani e pesci
Pani cotti nel forno a legna

…e i pesci?

E’ ancora Vanna a raccontarci i suoi ricordi:

«Da quel forno non usciva solo pane ma tanti buoni dolci che le donne del paese facevano in occasione delle feste.

Nei giorni precedenti la Pasqua, nel piazzaletto antistante il forno, s’impastavano uova, burro e farina, si schiacciavano mandorle e pinoli e nascevano così dolci di tutti i tipi: corolli, pinolate, cantucci e paste reali.

Ma il dolce caratteristico del periodo pasquale era il Pesce, dolce di pasta reale arrotolata, farcito con cioccolato o marzapane. Il rotolo era poi ricoperto con glassa di chiara d’uovo montata con lo zucchero che una volta cotta in forno prendeva una bellissima doratura.

Questo era il doce chiamato Pesce (che poi di pesce proprio non aveva niente). Era guarnito con confetti e cioccolatini ed aveva un sapore delizioso!! Mi ricordo che con quello che rimaneva dell’impasto, mamma Marina lo metteva nel mezzo guscio di un uovo e lo infornava insieme al dolce: quelli ce li potevamo mangiare subito, appena cotti.

Noi ce ne stavamo lì ad aspettare che i dolci fossero impastati per poter raccogliere l’impasto rimasto nella ciotola: le nostre piccole dita ripulivano con minuzia tutte le stoviglie. Alla fine, quando tutto questo era completamente pulito, le nostre dita e il viso erano così appiccicosi da rimanerci attaccati!»

 

Ma… perché quel dolce viene chiamato Pesce se non ha nè ingredienti  nè sapori che ricordino i pesci? A spiegarci questo nome (e il titolo di questo blog) è Anna Luisa Cheli:

«La mia nonna, la mia mamma e poi io, fra i vari dolci pasquali abbiamo sempre fatto il Pesce proprio come l’ha descritto Vanna. Nella mia famiglia il Pesce era ed è il dolce preferito: bello a vederlo e squisito a mangiarlo.

pane e pesci
Una stele cristinana con raffigurati i pesci

Quando ero piccola mi chiedevo il significato di un dolce a forma di pesce mentre tutti gli altri erano rotondi o rettangolari. In seguito ho trovato la spiegazione: il pesce, simbolo pasquale, è un acronimo usato dai primi cristiani per indicare Cristo. Nelle catacombe romane si trova spesso questo simbolo. Al tempo delle persecuzioni cristiane era un modo per farsi riconoscere: con un bastone, o addirittura con un piede, disegnavano in terra un pesce stilizzato formato da due archi che si incrociano. Per questo motivo, nelle nostre zone fra i dolci di Pasqua, se ne faceva uno a forma di pesce per ricordare Gesù Cristo.»

Ecco dunque risolto l’arcano, e il titolo di questo articolo: alla base di tutto c’era la profonda fede religiosa dei libbianesi che insieme al pane quotidiano volevano celebrare le festività, e in particolare la Pasqua, con un riferimento antico e ben preciso alla religione cristiana.

 

Articolo scritto grazie ai ricordi di Vanna Berni, Luciana Libri e Anna Luisa Cheli.

pani e pesci
Il simbolo cristiano del pesce
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