Gli Ebrei nascosti a Libbiano ai tempi del Fascismo

Gli Ebrei nascosti a Libbiano ai tempi del Fascismo

è una storia per molti dimenticata ma che la Memoria. intesa come giornata da ricordare per l’olocausto degli ebrei, ha contribuito a far ritornare in mente: alcuni episodi importanti che hanno visto una piccola comunità del paese di Libbiano di Pomarance. mettersi in gioco per salvare alcune persone ebree, altrimenti destinate ai campi di sterminio.

Nel paese di Libbiano di Pomaran­ce trovarono infatti ospitalità i figli di una famiglia ebraica residente a Livorno presso la quale prestava servizio come domestica Lorenza Longinotti, figlia di Primo e di sua moglie Eva che era conosciuta in paese come la “Balia“.

Lorenza, o Renza come la cono­scevano tutti, era infatti a servizio della famiglia Belforte (proprietari della casa editrice Salani) e quando cominciarono le famose leggi razziali e le deportazioni degli ebrei in Germania, acconsentì al piano dei suoi padroni di trasferire i bambini Piero e Paolo ed Emma e Ginetta più piccole, seguiti dalla governante Nilla, nel suo paese di Libbiano, sulla valle del Trossa.

A Libbiano mangiavano in casa dei Longinotti, la notte però andavano a dormire in canonica dove abitavano Don Niccolò Ceccanti e la sorella Noemi perché c’erano più stanze a disposizione.

Sempre a Livorno lavorava anche un’altra ragazza libbianese, Giu­seppa Cerri (detta la Beppa, sorella di Lina e Michele, ndr), e questa aveva già provveduto a far nascondere dai suoi genitori un altro ebreo chia­mato Pavia.

Il Pavia era un proprietario terriero, con fattoria e poderi nella zona di Navacchio, presso Pisa, che per paura di vedere il suo patrimonio confiscato dal regime fascista fece un atto di finta vendita con un suo contadino, passandogli tutti i suoi beni, fidandosi sulla parola che quando fosse passata la guerra ne sarebbe ritornato in possesso.

Pavia aveva trovato ospitalità presso “il Moro“, padre della Beppa. I generi di sostentamento veniva­no portati dal suo fidato contadi­no di Navacchio con un barroccio trainato da un cavallo.

Pavia aveva fatto alcune ami­cizie e tra queste c’era Amos Baldassarri detto Tricche. “Una sera Pavia” – ci ha raccontato ii figlio di Amos, Eraldo – “bussò alla porta di casa nostra e parlando con mio padre, lo esortò a darsi da fare senza badare a spese, per procurare farina per il sostentamento dei ragazzi che erano arrivati a Libbiano in quei giorni, ebrei che non potevano avere la carta annonaria”.

Amos Baldassari aveva un piccolo appezzamento di terra nei pressi del Mulino di Trossa ed era in buoni rapporti col mugnaio Corrado Gronchi.

Così quando il mugnaio aveva messo da parte un sacco di farina, avvisava Tricche che ritardava il ritorno a casa e, viaggiando con il buio, caricava la farina (l’oro bianco per quei tempi) sul basto della sua somara Bigia.

In casa di Primo Longinotti, che di mestiere faceva il tagliabosco, oltre ai cinque figli: Maria, Lorenzo, Lorenza, Irma e Pietro, c’era anche un altro nipote, Sergio, arrivato da Montecatini Val di Cecina dopo la morte della sua mamma Roberta (una sorella di Eva, ndr).

gli ebrei di livorno sfollati a libbiano
La maestra Margherita Molesti con una scolaresca ai tempi del Fascimo

Tutti in paese sapevano della pre­senza di questi ebrei e del pericolo che correvano nell’ospitarli, ma nessuno parlava e nessuno mai fece la spia alle autorità fasciste. Nemmeno quando in paese arri­vò a cavallo la Milizia per uno dei periodici controlli; il paese si mobilitò, passò la voce e gli sfollati furono fatti nascondere in tempo sotto la Rocca. Anche coloro che avevano fede fascista aiutarono a nasconderli e non hanno mai tradito il segreto. Lo stesso segretario del fascio di Libbiano, Gino Cerri, negò deci­samente agli astanti la presenza di persone ebree a Libbiano, as­sicurando che se fossero stati individuati avrebbe provveduto lui stesso a denunciarli.

Il Cerri era sposato a Margherita Molesti, la maestra elementare nella scuola del paese, originaria di Fabbrica di Peccioli, come Don Niccolò Ceccanti ed aveva deciso di coinvolgere la comunità libbianese nella coper­tura dei rifugiati ebrei ín paese, riuscendo a velare la loro presenza fino a guerra finita.

Questi fatti ci sono stati narrati da Giuliano Fede­li, figlio di Lorenza (Renza) che, rìguardando il film “Schiendler list“, ha rammentato una storia che sua madre gli aveva raccontato tanti anni prima e che riguarda la comunità libbianese.

Giuliano disse: “Grazie tante nonna Eva e nonno Primo, grazie anche a te povera mamma per aver organizzato il tutto e un grazie a tutti gli zii: conoscevate il rischio cui andava­te incontro, ma nonostante tutto faceste l’unica cosa che potevate fare in quel momento: salvare degli Innocenti (v. Wikipedia “Comunità ebraica di Livorno”). Un grazie di cuore a tutti quei lib­bianesi che per ragioni di anagrafe non ci sono più. Tutti tacquero indipendentemente dalle ideolo­gie che avevano, dimostrando agli stessi fascisti locali di non condi­videre le leggi razziali del 1939, anzi le ignorarono completamente e fecero bene, bravi!”.

 

di Vinicio Bibbiani

Giuseppe "Beppe" Sferruzza con Giuliano Fedeli
Giuseppe "Beppe" Sferruzza con Giuliano Fedeli

A proposito di questo senso di accoglienza, ci piace pubblicare un breve racconto di Vilma Sforzi Pierucci che si rifà all’ultimo periodo bellico.

LA CHIESA DI LIBBIANO

Nel ’42, per paura dei bombardamenti, si lasciò Cecina. Il luogo più sicuro ci sembrò un podere chiamato Sabbi, dopo Saline, per la strada che porta a Pomarance e perciò piuttosto lontano.

Mio marito parlò col capoccia e gli disse: “Se ci date accoglienza, vi pago la stessa pigione che pagavo a Cecina.” Questi contadini erano molto poveri ma di buon cuo­re e ci dettero alloggio; e forse erano anche contenti di avere un po’ di soldi ogni mese.

Cominciò così la nostra vita di sfollati.

Si stette al podere Sabbi dal settembre del ’42 al dicem­bre dell’anno dopo. Mio marito andava e veniva perché lavorava in ferrovia. Nella primavera seguente, nel ’44, si dovette andar via: era un continuo via vai di tedeschi che razziavano ogni cosa; un mattino portarono via anche la bicicletta che serviva a mio marito per andare al. lavoro.

“Non é piu caso di star qui – si disse – potrebbe capi­tard qualcosa di peggio.” E così un giorno con mio marito, le mie due figlie e i tre figli del contadino, che ci accompagnò con un carro aggiogato a due buoi, ci si mise in cammino per Libbiano.

Avevamo caricato un fornello, delle materasse e un po’ di viveri per scampare qualche giorno, più una capra e un maiale. Durante il viaggio, fortunatamente, non ci furono incidenti o ruberie e a sera si arrivò a Libbiano.

Poco prima del paese il parroco ci fermò: “In paese non c’è più posto per nessuno – disse – dovete tornare indietro.” Con la forza della disperazione, guardando i cinque ra­gazzi che avevo con me, risposi: “No, passeremo la notte in chiesa.”

Così si riprese il cammino e s’entrò in paese.

Ritornò il parroco, questa volta con parole consolanti: “Ho interpellato i parrocchiani e sono d’accordo di far­vi alloggiare nella chiesetta alle porte del paese.” Ci accompagnò e noi contenti come pasque scaricam­mo dal carro quello che ci serviva e si prese possesso della chiesetta.

Un grosso pensiero era accudire le bestie; la capretta però ci forniva il latte ogni mattina.

Il fronte si avvicinava e un giorno si videro grossi carri armati tedeschi che salivano su per quella stradina di Libbiano. Allora il parroco, il dott. Casini e il Conte, non ricordo come si chiamava, ci dissero che non era pru­dente restare in quella chiesetta fuori dal paese e ci det­tero rifugio in una stanza nel palazzo del Conte.

Quella notte si dormi per terra, ma noi grandi non chiu­demmo occhio. Ogni tanto il Conte, che dalla torretta del suo palazzo vedeva il movimento dei tedeschi che sí ritiravano e degli americani che avanzavano, veniva a informare mio ma­rito della situazione. Sembrava che la notte non finisse mai.

Finalmente col sole arrivarono gli americani e fu una festa da non crederci.

Quando si rietrò a Cecina, trovammo la nostra casa distrutta dai bombardamenti e si fu ospitati con altre famiglie in una casa di fortuna.

di Vilma Sforzi Pierucci

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Alcuni militari in tempo d guerra
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